C’è un esercizio che Phil Mickelson descrive in One Magical Sunday: But Winning Isn’t Everything, libro scritto per celebrare la sua prima vittoria ad Augusta (2004), e che lui ripete spesso in preparazione ai tornei. Il suo caddie gli mette 10 palline a raggiera intorno ad una buca del putting green a 3 piedi (90 centimetri) di distanza. Phil deve fare il giro e imbucare per 10 volte di seguito le 10 palline, per un totale di 100 putt. Se sbaglia in uno qualunque dei colpi riprende dal primo.
Crudele? Forse. Decisamente utile per migliorare? Ci possiamo scommettere.
E del resto quei 90 centimetri non sono una misura indicata a caso, se anche Dave Pelz – uno che dell’argomento se ne intende – in Golf Without Fear lo indica come il colpo in assoluto più difficile al golf.
Quindi: forse non sarà il caso per noi di copiare integralmente la tecnica di Mickelson – dopotutto vincere i Masters non è il nostro obiettivo –, però l’idea di mettere pressione nella pratica del putt è valida e certamente imitabile con frutto.
Possiamo poi allargare il discorso e almeno accennare all’importanza del feeling nel putt: perché alla fine credo che tutto si riduca a sentire il putt come un’estensione naturale delle braccia, del corpo, della mente. Occorre che si ami il proprio putt, e che si ami pattare: da qualunque distanza e con qualunque pendenza. Che si visualizzi la pallina rotolare con la giusta forza e nella giusta direzione. Che si patti per imbucare, e per nessun altro motivo.
Certo, le lezioni di tecnica sono importanti. Però alla fine non è la tecnica del putt in sé che fa la differenza; mentre è fondamentale che la routine sia ripetitiva, sempre uguale a se stessa e noiosa (aggettivo che nella tecnica golfistica è un complimento!).
E non ci sono scorciatoie. L’unica maniera che conosco per memorizzare un movimento, fino ad arrivare al punto di dimenticare di saperlo fare, ovvero di poterlo eseguire in maniera del tutto automatica e naturale, è quello di ripeterlo per diecimila volte. Diecimila, non una di meno.
Diecimila è un numero che ritorna, nel golf. Scrive Rob Bell in Mental Toughness Training for Golf: “The time required for golfers to achieve ‘elite’ or near elite status is ten years or 10,000 hours of intense involvement”. Diecimila ore per diventare un “virtuoso” del golf. Ok, forse è un obiettivo che non interessa alla maggior parte dei golfisti. Ma diecimila ripetizioni con il putt è un addestramento realistico per chi vuole seriamente migliorare.
Con esercizi, variando le distanze e le pendenze (non sempre le classiche tre palline in piano a sei metri dalla buca!), da soli o con amici (ma diventare bravi è un sport solitario, non per squadre), leggendo libri e articoli, parlando con amici, facendo lezioni e così via. Con un’ora di pratica la settimana per un anno si arriva ad un numero certamente vicino alle diecimila ripetizioni di cui si diceva.
E il cerchio, giocoforza, si chiude.

